Tanto tanto tempo fa
esisteva, in un luogo lontano, un villaggio speciale. Era un posto carino,
dove viveva un gruppo di persone davvero speciali, persone che, non si sa
bene perché, sapevano usare la magia. Ma la magia quella vera, quella che
bastava schioccare le dita o pronunciare una parolina e tutto diventava
possibile. Una magia così potente che quelle persone, per vivere, non
avevano bisogno di null’altro: se un giorno veniva loro fame, e volevano
sgranocchiare un po’ di pane, o un pezzetto di cioccolato, bastava uno
schiocco, e PUF, ecco che apparivano la pagnotta o il cioccolato. E se
avevano bisogno di un vestito nuovo, di un paio di scarpe eleganti, o magari
di un giocattolo – che la magia funzionava anche per i bimbi di quel posto
magico – bastava pronunciare due paroline e tutto era fatto.
Insomma, quello era un paese davvero speciale dove gli abitanti non avevano
bisogno di imparare un mestiere, di lavorare o far fatica. Passavano le loro
giornate a giocare, passeggiare, chiacchierare con gli amici. Tutti erano
felici e contenti, e non sapevano mai cos’era la noia. Finchè un giorno
successe una cosa stranissima. All’improvviso, senza motivo – o almeno un
motivo che gli abitanti conoscessero – e senza nessun avviso, la magia
sparì. Così, come era venuta se ne era andata. Hai voglia schioccar le dita
o pronunciare paroline, non succedeva niente!
La gente era disperata! Nessuno aveva mai imparato a cavarsela come fanno
tutti, non c’erano panettieri, calzolai, contadini, sarte e cuoche… insomma,
un disastro!
La sorte volle però che tra di loro ci fosse una persona speciale, tal
Pipino. Pipino era un bimbetto triste, senza amici e poco considerato. Lui
infatti era l’unico, in quel paese speciale, per il quale la magia non aveva
mai funzionato. Per quanto ci avesse provato, non era mai riuscito a far
nulla: schioccava le dita, diceva le paroline giuste, studiava e si
applicava, ma nulla sembrava funzionare. E così Pipino si era dovuto
arrangiare. Tutto quello che agli altri veniva facile facile, a lui costava
impegno e fatica, ma alla fine era diventato un vero esperto di tutte le
cose della vita: sapeva come coltivare un campo, era capace di preparare
deliziosi pranzetti, usava ago e filo come un sarto provetto, e amava
perfino curarsi della sua casetta.
Quando tutta la magia sparì, Pipino non si perse d’animo, e quando vide
tutta la gente, riunita nella piazzetta del villaggio, disperarsi e
strillare, salì su un grosso sasso e, vincendo la sua timidezza, strillò a
pieni polmoni: “non è proprio il momento di piangere e strillare – disse –
dobbiamo solo rimboccarci le maniche e darci da fare”.
“Fai presto a parlare, tu – risposero quelli – te sei diverso, non hai mai
avuto magia. Ma noi, noi come facciamo?”
Tanto fece e tanto disse, che alla fine Pipino riuscì a convincerli. Ed ecco
che in capo a pochi minuti aveva diviso la gente in gruppetti. A ognuno
spiegò come fare le cose che sarebbero servite al più presto… c’era da
raccogliere la verdura ormai cresciuta negli orti, e si poteva andare a
pesca per avere un po’ di pesce fresco. Poi bisognava pulire e lavare le
cose da cucinare – e anche qui dovette spiegare tutto, da come accendere il
fuoco a come sistemare tutto in pentole e padelle – e poi c’era da accudire
gli animali, mucche, galline e conigli che avevano fame… insomma, lo avete
capito, no? Fu una giornata lunga e piena di impegni. Pipino non si perse
mai d’animo, e a tutti spiegò e rispiegò, mostrò e rimostrò…
Alla fine, quando ormai il sole stava per calare dietro i monti, la gente
del villaggio scoprì che, a fatica e non certo con bravura, era però
riuscita a far tutte le cose che servivano, e tutti, sorprendentemente,
andarono a dormire soddisfatti. Erano così stanchi che si addormentarono
subito e, meraviglia delle meraviglie, così felici di quello che erano
riusciti a fare, che invece dei soliti sogni dormendo vissero avventure
stupende.
La mattina dopo, quando si svegliarono, erano freschi e riposati, e si
rimisero al lavoro, ovviamente sempre guidati dall’instancabile Pipino. In
capo a pochi giorni, l’intero villaggio aveva ormai imparato a cavarsela
senza magia, ognuno faceva la sua parte ed era pure soddisfatto… insomma, un
po’ come capita nella vita normale, no?
I giorni passarono, e passarono anche le settimane. Alla magia ormai non
pensavano più quando all’improvviso…
Ecco, successe che al villaggio tornò Malino, il mago più potente di tutto
quel paese. Malino – no, non Merlino, quello di re Artù, proprio Malino…
anche se un po’ a Merlino assomigliava con quella lunga barba bianca, il
cappello a punta e il mantello di stelle che lo copriva tutto! – era il papà
di Pipino. Strano eh? Che un mago così potente avesse un figlio che con la
magia proprio non ci sapeva fare! Ma son cose che capitano, in fondo un papà
è un papà, e un figlio è un figlio… come dire, due persone diverse! Ecco,
dicevo, Malino tornò al paese, ma invece di salutare, salì sulla cima
dell’albero più alto, proprio al centro del villaggio, e con voce tonante
pronunciò parole sorprendenti. “Allora – disse – avete capito la lezione?”
Lezione? Di che lezione parla mai?
Facile a spiegare! Era stato proprio Malino a cancellare la magia da quel
villaggio, e sapete perché? Beh, ovviamente lo spiegò lui stesso agli
stupitissimi abitanti. “Per anni – disse – avete trattato mio figlio Pipino
come un essere strano, che non meritava amicizia e aiuto. Lui, che non aveva
magia, ha dovuto arrangiarsi, e voi fortunati, invece di sostenerlo, lo
avete messo in un angolino, trattandolo come se fosse un mostro… adesso
avete capito cosa vuol dire non essere come tutti gli altri?”
La gente del villaggio, all’improvviso si rese conto di quel che era
successo. Il più anziano, a capo chino e con lo sguardo contrito, parlò a
nome di tutti: “è vero, abbiamo fatto una cosa gravissima, e ancora più
grave diventa se pensiamo che, quando ci siamo trovati in difficoltà,
proprio Pipino ha fatto tanto per aiutarci, senza chiedere mai nulla e senza
nemmeno rinfacciarci la nostra cattiveria. Non potremo mai farci perdonare…”
Qualcuno piangeva, tutti si sentivano in colpa, e tutti non sapevano come
fare a chieder perdono. Pipino però non si perse d’animo, e accarezzando
guance, stringendo braccia, dando buffetti sulle guance, per tutti ebbe una
parola buona. “Non importa – diceva – il passato è passato. Adesso avete
capito, io non sono arrabbiato”.
Malino, orgogliosissimo di quel figlio speciale, sorrideva finalmente
contento. Scese dall’albero e abbracciò il suo ragazzo. Poi, con una luce
strana negli occhi, guardò tutta la gente del villaggio, e vide che davvero
tutti avevano capito. “Ecco, adesso le cose sono finalmente a posto.
Possiamo far tornare la magia”…
L’anziano del villaggio però si guardò attorno, fece un cenno agli altri
vecchi e disse “aspetta Malino, dobbiamo parlare un attimo”… e si allontanò
seguito dal gruppo dei saggi. Parlottarono a lungo, sotto gli occhi
incuriositi di tutta la gente, e quando tornarono avevano una luce nuova
negli occhi. “Malino – disse il vecchio – abbiamo parlato e discusso, e
siamo tutti d’accordo. Non ci serve la magia, abbiamo mani e braccia forti,
e ci piace la nuova vita… le cose stanno bene come stanno…”
E fu così, che da quel momento, la magia non tornò più in quel villaggio. O
meglio, tornò, ma solo con uomini speciali, un po’ come Malino, che avevano
tutta la magia del mondo e la usavano solo per aiutare gli altri, in
occasioni speciali e solo dopo aver studiato per diventare uomini migliori,
capaci di usare al meglio quel dono speciale.
BARBARA SANALDI