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NEZ-PERCEZ

Anche i pellerossa ebbero i loro strateghi di genio. Il più grande di tutti, tattico ineguagliabile, al punto di essere definito "il Napoleone indiano", fu senza dubbio Hin-mah-too-yah-laintket, Tuono Che Romba Nelle Montagne. 0 più semplicemente, come lo chiamavano i bianchi, Capo Giuseppe, capo dei Nasi Forati. La sua tribù viveva nell'estremo Nordovest degli Stati Uniti: il curioso nome che portava gli era stato dato dai mercanti francesi che, giunti nella zona nei primi anni del Sette- cento, avevano notato la pittoresta usanza locale di forarsi le cartilagini nasali per appendervi mo- nili ornamentaii. Questa abitudine era stata poi abbandona ta, ma il nome Nez-Percés, Nasi Forati, era rimasto. Quando i bianchi avevano iniziato a insediarsi nell'Oregon, i Nasi Forati si erano ri- tirati pacificamente nella valle dei fiume Wallowa, assegnata loro da un trattato dei 1875. E lì ven- ne scoperto l'oro. Una torma incontrollabile di cercatori e avventurieri invase il territorio indiano e il generale Oliver Howard ricevette l'ordine di far sgombrare i Nasi Forati dalla valle e di trasfe- trirli, con ogni mezzo, nella riserva dei Lapwai. Prima di usare la forza, il generale convocò Capo Giuseppe e gli disse che avrebbe dovuto cedere la sua terra. Tuono Che Romba Nelle Montagne ri- fiutò: "Amo questo posto più di qualunque altro al mondo - rispose - Un uomo che non ama la tomba del proprio padre è peggio di un animale selvaggio". La notizia che i bianchi volevano scacciarli dai loro villaggi innervosì alcuni giovani guerrieri, che il 13 giugno 1877, all'insaputa del capo, assa- lirono una fattoria sul fiume Salmon. Era l'inizio della guerra. I pellerossa riuscirono a tener testa ai primi contingenti militari, ottenendo alcune clamorose vittorie proprio grazie all'istintivo genio tattico di Capo Giuseppe. Il quale capì che Washington avrebbe inviato ben presto altre milizie e ar- tiglierie da cui i Nasi Forati sarebbero stati inevitabilmente schiacciati. C'era una sola cosa da fa- re: abbandonare la foro terra e raggiungere il Canada, dove già il capo Sioux Toro Seduto si era messo in salvo qualche tempo prima. Una marcia di 3200 chilometri attraverso le montagne, da portare a termine con solo 250 guerrieri a difesa di altre 450 persone tra donne, vecchi e bambini. E contro di loro, migliaia di uomini dell'esercito americano perfettamente equipaggiati, armati di cannoni, facilitati dall'uso dei telegrafo, e già muniti di forti e avamposti collocati nei punti strate- gici. La lunga marcia dei Nasi Forati ebbe inizio il 13 luglio 1877. La prima meta fu il Montana: per raggiungerlo, scelsero un inviato tra donne, vecchi e bambini a descrivere la straordinaria o- dissea dei Nasi Forati, e l'opinione pubblica ne seguiva con commozione le vicende. Le autorità ca- nadesi si apprestavano ad accogliere i fuggitivi. Negli ultimi giorni di settembre, gli indiani erano giunti a pochi chilometri dal confine: da mesi la sparuta banda di Capo Giuseppe teneva in scacco un esercito di oltre cinquemila soldati. L'avventura ebbe termine il 5 ottobre, quando i pochi super- stiti furono accerchiati dalle truppe dei generale Howard a un passo dalla salvezza. Capo Giuseppe si presentò ai militari alzando una bandiera bianca. Mentre lo faceva, uno dei suoi attendenti, White Bird, riusciva a portare in territorio canadese la figlia del capo e pochi altri fuggiti all'ac- cerchiamento. Nella grande marcia erano morti 239 indiani, tra guerrieri, donne e bambini. Il generale Sherman definì l'impresa dei Nez-Percés "una delle più straordinarie guerre indiane di cui si abbia memoria".