Narrano le cronache che un tempo, tanto tanto tempo fa e così lontano da non poter nemmeno immaginare dove, esistesse un posto magico, un paese dove tutto poteva accadere e dove nulla era come sembrava. Quel posto speciale e fantastico, che i suoi abitanti chiamavano Porté, era null’altro che un piccolo villaggio arroccato su un colle dominato da un grande castello. E nel castello, come in ogni storia degna di questo nome, viveva un nobil’uomo circondato dalla sua corte, dame e damigelle, cavalieri e armigeri. Il nobil’uomo, che era conosciuto come Duca Della Vittoria, era un saggio e anziano personaggio, che si preoccupava del benessere della sua gente e mai avrebbe vessato e umiliato quanti vivevano nel suo territorio. Il Duca Della Vittoria aveva però un cruccio: la sua sposa, Donna Laila, non aveva avuto figli, e l’unico erede era un cugino dall’animo nero. Il Duca non si fidava di quel giovane, tal Ettore, e sognava di poter un giorno trovare qualcuno capace, sincero e onesto che fosse degno del suo paese. In quei giorni il Duca poi era preoccupato perché gli avevano raccontato strane storie che riguardavano il paese vicino, conosciuto come Dannè. Dicevano le voci che dopo anni di abbandono il castello di Dannè era di nuovo abitato, ma non si sapeva da chi. Solo si vedevano strane luci agitarsi attorno alle torri, e fumi salire dai comiglioli. Ecco, le cronache antiche partono proprio da qui. Da quegli strani avvenimenti che si verificarono attorno al castello di Danné e nel villaggio di Portè… Un castello abbandonato da così tanto tempo che non è difficile immaginarlo, in rovina, coperto di ragnatele e crepe. Grigio e fumoso. Che improvvisamente si animò.
No, niente di bello, colorato e allegro: quel castello se possibile diventò perfino più grigio, fumoso e impolverato. Giorno e notte dal suo ventre oscuro e misterioso risuovano strani rumori, rombi, colpi, stridii…
I pochi abitanti che avevano continuato a vivere nelle casette di Dannè erano preoccupati e spaventati. Non sapevano che pesci pigliare, e avevano mandato un messaggio – a dire il vero assai poco chiaro, visto che anche loro non erano certi di cosa stesse accadendo – al Duca della Vittoria, chiedendo aiuto e sostegno per svelare quale mistero si nascondesse in quel cupo maniero. A portare quel messaggio, è bene spiegarlo, era stato mandato un ragazzino di Dannè, tal Cataldo, considerato il più sveglio, coraggioso e furbo di quel paesino in abbandono. Cataldo, che aveva accettato l’incarico solo perché da tempo aveva voglia di scoprire il mondo fuori da Dannè – dove viveva in una casetta poverissima, con mamma, papà e cinque fratelli più piccoli – aveva 12 anni, una gran massa di capelli nerissimi e due occhi attenti con i quali non si faceva sfuggire nulla di quello che gli accadeva attorno. Ed era più che mai deciso a non farsi scappare l’occasione di lasciare il suo paesello: lui sognava grandi avventure e un futuro ricco di soddisfazioni!
Così Cataldo si presentò al Duca della Vittoria, consegnò il messaggio e recitò la storia che i suoi compaesani gli avevano insegnato: “Messer Duca – disse Cataldo, per nulla intimorito dalla grande sala e dalla corte schierata attorno al nobil’uomo – vi porto le parole dei miei compaesani, e la preghiera di un vostro intervento. Da giorni assistiamo a strani fenomeni, il castello sembra ammantato da una spessa coltre di nebbia e chi ha provato a raggiungerlo si è perso, tornando poi a casa con tutti i capelli imbiancati e nessun ricordo. Messer Duca, voi che avete armigieri e cavalieri coraggiosi, aiutateci”.
Cataldo prese fiato, e attese la risposta. Il Duca, che aveva già raccolto voci, ci pensò un solo istante. “E sia – tuonò – nostro compito è scoprire cosa accade alle porte del nostro villaggio, e preoccuparci che nulla minacci le genti che vivono nella valle”.
Lo sapete, no?, il Duca era davvero un brav’uomo, e se qualcuno gli chiedeva aiuto, non si tirava mai indietro! E così decise. A Dannè avrebbe mandato quel suo cugino, Ettore – che così l’avrebbe anche messo alla prova – accompagnato da tre dei suoi cavalieri migliori. “E tu, ragazzo mio – disse ancora il Duca – li accompagnerai, per insegnar loro la strada e indicar la via migliore per raggiungere il castello”.
E così, la spedizione ebbe inizio. Ettore, che non era tanto contento dell’incarico ma intravvedeva l’occasione per confermare il suo ruolo di erede, si preparò con cura e scelse attentamente i cavalieri che lo avrebbero accompagnato, tre uomini valorosi – il Grigio, il Topo, e lo Scoiattolo (ogni cavaliere aveva un soprannome che lo accompagnava per tutta la vita, e nessuno sapeva mai qual’era il loro vero nome!) – dei quali si fidava ciecamente. Perché in realtà Ettore dal cuore nero – e qui non so se faccio bene a rivelarlo, ma tant’è! – aveva un piano: quella missione assegnatagli dal Duca e accettata a malincuore poteva essere un’occasione preziosa per scoprire come liberarsi del suo potente ed amato cugino. Ettore infatti sognava di succedere al Duca, di diventare lui signore di Portè, e sperava che succedesse in fretta. Ed era disposto a fare qualunque cosa! Così, partì. La piccola spedizione superò il breve tratto che separava i due villaggi, e in poco tempo arrivò nei pressi del cupo castello. Cataldo, per nulla intimorito, spiegò che c’era una strada, un passaggio nascosto nel bosco, che forse li avrebbe portati dritti dritti al castello. E il gruppetto, senza esitare, si immerse nella fitta nebbia che circondava il castello, affidandosi alle conoscenze del piccolo ma coraggioso Cataldo.
La nebbia era fredda, vischiosa, e strani rumori arrivavano alle orecchie dei cinque. Ma Cataldo non si faceva trarre in inganno, e senza mai esitare, li condusse davanti ad un portone sbarrato. “Ecco – disse – questo è il castello, adesso tocca a voi”. Ettore e i cavalieri guardarono il portone, chiedendosi come avrebbero fatto ad aprirlo, ma proprio quando Ettore allungò una mano per toccare il metallo che ricopriva quell’ingresso, successe una cosa stranissima: quel portone che sembrava sbarrato e invalicabile… si spalancò!
Ecco, qua tocca spiegare. In fondo non è difficile immaginare cosa accadde, ma meglio chiarirlo: nel castello si era insediato un mago cattivo, un personaggio nero che aveva in animo di impadronirsi di tutta la valle. Da giorni e giorni lavorava alle sue pozioni e alla creazione di un esercito infernale, troll, orchi e gnomi neri, che lo avrebbero accompagnato quando avesse deciso che era giunto il momento. Il mago aveva ricoperto l’intero castello di una magia potente, destinata a proteggerlo da chiunque avesse tentato di scoprire cosa stesse accadendo. La magia però lo proteggeva solo da chi era spinto da buone intenzioni, e questo non era il caso di Ettore, con il suo animo nero e i suoi propositi di conquista. E così la magia riconobbe Ettore, e lo invitò ad entrare!
Torniamo quindi a quello che accadde quando il portone si spalancò: Ettore non perse tempo ed entrò, deciso a scoprire cosa stesse accadendo. Seguito dai tre cavalieri, e da uno stupitissimo Cataldo, si infilò in un lungo corridoio oscuro, tra ragnatele e pippistrelli. All’improvviso i cinque si trovarono in un’immensa sala illuminata da torce. E qui successe.
Il mago aveva subito capito di aver trovato un valido alleato, quell’Ettore dal cuore nero avrebbe potuto aiutarlo nei suoi progetti. Grazie alla sua magia, parlò direttamente alla sua mente. Gli spiegò quel che stava facendo, e cosa avrebbe ottenuto: sarebbe diventato il padrone dell’intera vallata, e se Ettore lo avesse appoggiato, avrebbero dominato sui due villaggi, e magari in futuro sull’intero paese… Ad Ettore si accese una luce sinistra negli occhi: aveva trovato quello che cercava! Armi, uomini e potere! L’avrebbe fatta vedere lui al Duca della Vittoria! In due parole, spiegò ai cavalieri la nuova situazione, e questi, che gli erano legati da tanto tempo, accettarono senza esitare. Avrebbero aiutato il mago, e avrebbero formato un esercito invincibile!
Nessuno di loro aveva però fatto i conti con il piccolo Cataldo che, stupitissimo e incredulo, aveva ascoltato ogni parola. Quando si rese conto di cosa stava per accadere, si guardò attorno frenetico e scoprì un piccolo passaggio nascosto. Cataldo si infilò lesto lesto nel pertugio. “Devo fare qualcosa – pensava mentre si nascondeva – o questi distrugeranno tutto quello che c’è di buono nel nostro mondo”. Cataldo arrivò in una stanzetta polverosa dove gli antichi proprietari del castello avevano ammassato armi e armature. Cataldo, che non sapeva bene cosa fare ma pensava di non avere tempo per cercare aiuto, trovò uno scudo, un elmo e una grande spada che, nonostante il tempo, ancora luccicava. Quella spada, questo devo proprio dirvelo, era l’arma usata tanti, tanti anni prima, da un cavaliere coraggioso e giusto. Era una spada forgiata da una maga dall’animo buono che vi aveva riversato tutto il suo amore e tutta la sua magia. E quella spada da tanto tempo aspettava qualcuno che sapesse risvegliarla. Qualcuno dall’animo pulito e dal cuore sincero che l’avrebbe usata per una causa giusta. E quel qualcuno, neanche a dirlo, era proprio Cataldo! Quando la prese in mano, seppe immediatamente cosa avrebbe dovuto fare e senza esitare tornò di corsa nella grande sala.
Quando Ettore e i tre cavalieri se lo videro davanti, la spada sguainata, l’elmo un po’ storto e il grande scudo tenuto a fatica, scoppiarono a ridere: “che pensi di fare – sghignazzò Ettore – vuoi unirti a noi?”
“No – rispose Cataldo – voglio fermarvi”. E fece una cosa assolutamente inaspettata: si lanciò contro Ettore, colpendolo alle ginocchia con la spada. Ettore lanciò un urlo, i tre cavalieri si prepararono a bloccare il ragazzino, ma Cataldo – aiutato dalla magia della spada – lanciò lo scudo contro un arazzo che copriva una parete della grande sala. Si sentì un urlo, e da dietro l’arazzo uscì un ometto piccolo piccolo, tutto storto e con un gran naso che sembrava la proboscide di un elefante. Si, era proprio il mago!
Cataldo, sempre imbeccato dalla spada magica, lo afferrò per i capelli e con un gran strattone lo avvolse nell’arazzo.
BARBARA SANALDI