APACHE
Sembrava davvero una gran bella festa. i padroni di casa erano i
Messicani che lavoravano alle miniere di rame di Santa Rita dei Cobre, nella
parte sud occidentale di quello che oggi è il Nuovo Messico. Gli invitati erano
gli Apache dei capo Juan José, ai quali si erano volentieri aggiunti guerrieri,
donne e ragazzi dei lontano villaggio di Warm Spring. Da vecchio ubriaco- ne
quale era, Juan José non aveva minimamente esitato ad accettare: i bianchi gli
avevano pro- messo succo di soccoro e mezcal ìn quantità. Inoltre la comunità di
Santa Rita, benché situata proprio nel bel mezzo dei territorio indiano, godeva
da anni di una sorta dì immunità proprio grazie all'appoggio del capo Mimbreiío,
periodicamente rifornito di alcool dai minatori. Tutt'- intorno, invece, la
situazione era molto diversa. Da quando il Messico, nel 1824, si era reso in-
dipendente dalla Spagna, i bianchi avevano violato i trattati stipulati in
precedenza e gli Apache erano tornati sui piede di guerra. Fra il 1825 e il 1835
avevano ucciso almeno cinquemila per- sone, provocando l'abbandono di oltre
cento insediamenti. Finché, ne, 1837, i Messicani emana- rono il famigerato
Troyecto de Guerra', una legge che offriva una taglia per ogni scalpo Apa- che:
100 pesos per un guerriero, 50 per una donna, 25 per un bambino. Dappertutto un
odio feroce divideva Apache e Messicani, tranne che, apparentemente, a Santa
Rita. Li minatori e pellerossa si rispettavano, e ora, addirittura, i bianchi
invitavano i vicini di casa a una festa nel loro villaggio. Era il 1837. Furono
serviti arrosti in abbondanza e scorsero fiumi di alcool. Gli Apache Mimbrefio,
in breve, furono tutti ubriachi. Nessuno si accorse che, ben nascosti,
atten- devano in agguato decine di uomini armati. E soprattutto che un micidiale
cannone ad avanca- rica preparato con pallottole, chiodi, pezzi di catena e
pietre, era puntato contro di loro. Ad or- ganizzare la sorpresa era stato un
certo James Johnson, un trapper della zona con un macabro senso degli affari:
quando la folla dei pellerossa in festa fu tutta radunata al centro della piaz-
za, egli gettò il suo cigarro acceso nel focone dei cannone. Fu un massacro. Il
macello fu com- pletato dagli altri bianchi, a colpi di moschetti, sciabole e
coltelli. Il bottino di scalpi fu enorme. Fra quei tragici trofei, c'era anche
la capigliatura di Juan Josè. Ma non quella dei gigantesco Mangas CoIbradas
("Maniche Rosse", in spagnolo) che scampò alla strage e divenne il nuovo capo
dei Mimbre5o. Fu lui a vendicare gli Apache uccisi a Santa Rita. Il villaggio
messicano venne stretto d'assedio e gli abitanti cercarono scampo attraverso il
deserto: non più di mezza dozzina riuscirono a raggiungere Janos, il primo paese
verso sud. La pista tra Janos e Santa Rita rimase disseminata dei cadaveri di
tutti gli altri. Gli Apache - o "Tin-ne-ah", il "Popolo", come essi preferivano
chiamarsi - erano divisi in diverse tribù. Quelli che vivevano in Arizona, detti
anche Coyotero, comprendevano Aravaipa, Tonto, Jicarilia e Mimbreho; i Mescalero
po- polavano il Nuovo Messico e il Texas; i Chiricalnua si potevano trovare in
una vasta zona a ca- vallo fra Arizona, Nuovo Messico e Messico. La terra degli
Apache era fra le più inospitali che si possono immaginare: montagne alte fino a
3000 metri, altopiani aridi, steppe ventose, deser- ti, temperature estreme
(oltre 40 gradi in estate, sottozero in inverno). I bianchi si stupivano che da
un territorio aspro e ostile come quello gli Apache riuscissero a ricavare di
che vivere. "C'è cibo dappertutto se uno sa dove trovarlo" rispondevano gli
indiani. E poi, quel poco che la natura offriva, lo integravano con le rapine a
danno delle tribù più pacifiche e dei bianchi. Gli Apache, in genere,
attaccavano solo quando c'erano buone probabilità di vittoria. Volevano scontri
rapidi e risolutivi, non amavano i lunghi combattimenti dall'esito incerto. Se
le cose si mettevano male, si allontanavano rapidamente. E, contrariamente a
quanto si crede, non sco- tennavano i loro nemici. Avevano un forte timore
della contaminazione da parte del corpo del morto, il cui fantasma poteva
tornare a vendicarsi, per cui, se talvolta asportarono degli scalpi, fu solo per
rappresaglia verso i Messicani che praticavano lo scalping contro di loro. Con
il trattato di Guadalupe Hidalgo, firmato il 2 febbraio 1848, il Messico cedette
agli Stati Uniti il Nuovo Messico, l'Arizona, l' Utah, il Nevada e la
California. Il Texas, resosi indipendente dieci anni prima, era già entrato a
far parte degli USA. Gli Americani pagarono ai Messicani quin- dici milioni di
dollari e insieme alle terre si presero anche gli Apache. Gli indiani avevano in
quegli anni due capi di eccezionale valore: uno era, come abbiamo detto, Mangas
Coloradas; l'altro era Cochise, dei Chiricahua occidentali. Fino al 1851 né
l'uno né l'altro compirono atti ostili contro gli Americani. Poi, nell'autunno
di quell'anno, a Pinos Altos venne scoperto un giacimento d'oro. I cercatori
arrivarono da tutte le parti. Mangas Coloradas si recò sul luogo degli scavi per
convincere pacificamente i minatori ad andarsene altrove. Nella Sonora, in
Messico - disse - conosceva un posto dove c'era tanto oro da far sembrare Pinos
Altos una mi- seria. Se i bianchi accettavano di andarsene, ce li avrebbe
accompagnati. Era vero, ma i mina- tori non gli credettero: lo legarono a
un albero e lo frustarono a sangue. Poi lo lasciarono an- dare, sbeffeggiandolo.
Sarebbe stato meglio per loro, e per centinaia di altri bianchi, se lo a-
vessero ucciso: Mangas Coloradas non dimenticò mai il terribile affronto e la
sua vendetta fu feroce e implacabile. Anche Cochise subì un grave oltraggio,
dieci anni più tardi: un tenente di fresca nomina si recò al suo accampamento,
accusando gli uomini della tribù di aver rapito un ragazzo bianco durante
un'incursione nella fattoria di un certo John Ward. Non era vero, ma il tenente
era così sicuro della colpevoiezza di Cochise che ordinò ai suoi soldati di
arrestarlo. Più facile a dirsi che a farsi: come una furia il capo indiano si
divincolò dalla stretta degli av- versari e si dette alla fuga. Uno dei militari
gli sparò, ferendoio. Ma Cochise riuscì a fuggire con tre pallottole in corpo.
Ora, anche lui aveva una grave offesa da vendicare. Quando Cochise morì, nel
1874, si tirarono le somme: la sua vendetta era costata cinquemila vittime. E,
più o meno, altrettanti morti costò la guerriglia condotta da Mangas Coloradas,
assassinato mentre era prigioniero dei soldati nel 1863. Dopo di loro altri
grandi capi indiani proseguirono la guerra contro gli "occhi bianchi" (così gli
Apache chiamavano gli Americani): Victorio, Volpe Grigia, Geronimo. L'ultimo ad
arrendersi fu proprio Geronimo. Il 3 settembre 1886 egli si presentò di fronte
al generale Miles che da tempo lo braccava, e disse "Abbandonerò il sentiero di
guerra e vivrò d'ora innanzi nella pace".Gli Apache vennero tutti deportati
nelle riserve: i guerrieri in un campo, le loro famiglie in un altro. E si
trattava spesso di posti malsani, come Bosque Redondo, dove l'unico corso
d'acqua provocava malattie intestinali. Circa un quarto degli Apache vi
morirono, gli altri vi trascinarono una vita spenta e rassegnata, chiusi nella
loro disperazione. Geronimo ebbe una vecchiaia tranquilla a Fort Siil. Veniva
ricercato dai tu- risti e dai giornalisti. Partecipò all'Esposizione Universale
di St. Louis, nel 1908, e si fece fotografare alla guida di una delle prime
automobili.